Vittorio Santoianni, La mostra di Umberto Buscioni nella galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti, in «Architetture Pistoia», n. 2 2007

«Vi sono molti più enigmi nell’ombra di un uomo che cammina al sole che in tutte le religioni passate, presenti o future». Questa rivelazione metafisica di Giorgio De Chirico avrebbe potuto essere l’ideale accompagnamento della mostra di Umberto Buscioni Nostre ombre. Dipinti 1990-2005, tenutasi nella Galleria d’Arte Moderna a PaIazzo Pitti (22 settembre – 2 novembre 2006), che ha consacrato in terra fiorentina il maestro pistoiese. A propiziare l’eccezionale evento sono state dunque le ombre multicolori che da alcuni anni popolano i dipinti di Buscioni. Nel mondo pittorico dell’artista tali gentili apparizioni assolvono vari compiti: sono visitatori celesti, protettori angelici, consiglieri notturni, consolatori benevoli nell’ora dello sconforto. Indagare le radici simboliche dell’ombra appare impresa ardua, ma mi piace individuarne una nell’origine della pittura: la sua “invenzione” infatti – almeno nelle regioni del mito – si faceva risalire all’atto di tracciare il contorno dell’ombra umana con una linea (mi ritorna alla memoria la suggestiva descrizione pliniana: «omnes umbra hominis lineis circumducta»). La cattura della più labile tra le immagini dell’uomo costituisce l’inizio della pittura: meditare su di essa significa ogni volta ritornare all’ombra primigenia.

La mostra ha documentato in modo esauriente l’ultimo quindicennio dell’attività di Buscioni, come risulta dal bel catalogo (Pistoia, Gli Ori, 2006) curato da Marco Cianchi, con testi di Renato Barilli, Roberto Carifi, Cesare Vivaldi e apparati di Serena Becagli. I diciannove dipinti sono stati ordinati da Adolfo Natalini, Piero Guicciardini e Marco Magni in un esemplare e rigoroso allestimento che, nell’allusione a due tipi architettonici religiosi – il tempio a pianta centrale e l’edificio ad aula -, hanno voluto mettere in rilievo l’importanza del tema sacro nell’opera del maestro. Nella Sala della Musica i pannelli bianchi, disposti secondo un tracciato poligonale, delimitavano una sorta di “rotonda” a dieci facce con altrettanti dipinti collocati su di esse. Situata in una posizione chiave, risaltava la Visione del 1995, nella quale alcune figure in una nuvola stagliata contro un fondo giallo-oro si librano al di sopra di un gruppo di astanti. L’opera è ispirata all’Assunzione della Vergine affrescata da Rosso Fiorentino nel chiostro della Santissima Annunziata, dove la Madonna in «un cielo d Angeli» si eleva su un cerchio di apostoli dalle «altitudini» concitate. La sistemazione della Sala del Fiorino invece ricordava, nell’impianto longitudinale, una navata convergente verso un’ “abside”, nella cui nicchia spiccava la Deposizione, Resurrezione del 1978, opera tra le più celebri dell’artista, che è una mirabile interpretazione della Pala Capponi di Pontormo a Santa Felicita. Nel percorso espositivo delle sale i due fulcri visivi hanno così attirato lo sguardo del pubblico, evocando nello stesso tempo le ombre inquiete degli amati pittori manieristi, eletti da Buscioni a propri numi tutelari e oggetto di costante ammirazione a causa del coraggio con il quale «si sono affacciati sull’abisso e hanno sperimentato la paura del vuoto», per usare le sue parole. Tra i dipinti esposti, tutti esiti altissimi della piena maturità artistica del maestro, si distinguevano: l’Autoritratto con famiglia, splendido Conversation piece del 1991; il Crepuscolo con fuoco del 1996, struggente riflessione autobiografica sul trascorrere del tempo; e infine la festosa Allegoria della Felicità (2001 2003). Quest’ ultima opera è frutto di un radicale “pentimento”: all’inizio venne eseguita con una scala cromatica di grigi ma, dopo la visione agli Uffizi di un quadro di Bronzino dall’omonimo titolo, è stata completamente ridipinta di blu, a dimostrazione di come il colore associato alla tristezza (to feel blue, recita la locuzione inglese) possa subire un’inversione di segno grazie alla volontà del pittore, tra le cui prerogative si annovera anche quella di cambiare i colori al mondo.

Ma accanto ai pezzi più noti, legati al repertorio iconografico caro all’artista, emergevano con forza: Madreperlaceo (2003-2004), Sera di fine agosto (2004) e Visione (2005), tre opere appartenenti a una serie recente il cui nucleo tematico – peraltro anticipato da molti disegni – sembra far presagire un nuovo corso di ricerche. Si tratta di interni nei quali la composizione spaziale risulta essere estremamente articolata, mentre le figure appaiono marginali rispetto al ruolo di primo piano assegnato agli oggetti.

La restituzione dello spazio, sia esterno che interno, è stata una continua preoccupazione di Buscioni fin dagli esordi del periodo Pop, quando con colori chiari dipingeva cieli profondi e cristallini sospesi su grandi distese di prati. All’epoca il respiro spaziale era amplissimo perché sentivi irrompere nel quadro tutta la vastità dell’atmosfera, insieme ai soffi dei venti primaverili che facevano ondeggiare l’erba dove erano deposte le sue motociclette. Era una pittura di aria, come più tardi lo sarebbe diventata di fuoco, l’altro elemento prediletto dal maestro. Nelle opere posteriori prevaleva l’esigenza di concentrare l’attenzione sulla singola figura, spesso proiettata in primo piano per istituire un contatto diretto con l’osservatore, e resa con evidenza attraverso tinte squillanti che avevano l’ulteriore funzione di connotarla in senso plastico; all’interno di quell’ordine era il colore stesso che veniva a essere strutturato in termini spaziali. Con gli anni le figure diventano sempre più numerose, fino a costituire una folla animata e compatta, in cui i corpi, trattati come masso di colore, vanno a occupare totalmente i luoghi dell’azione, determinando una serrata spazialità. Nel contesto l’interesse dell’artista era rivolto soprattutto al dialogo tra le figure, ovvero alle complesse relazioni instaurate tra i componenti dei gruppi ed espresse dai gesti misurati – quasi dei moti potenziali – che conferiscono ai personaggi di Buscioni un inconfondibile carattere di solennità. Di questa fase mi sembra un esempio significativo il dipinto in mostra Luce sul chiostro verde (1994-1996). Nella produzione ultima si registra ancora il fenomeno della dilatazione dello spazio, specialmente di quello interno, ottenuta però a partire dall’”artificio” degli specchi presenti nella casa (lo specchio, al pari dell’ombra, duplica l’uomo, ma è anche il «maestro de’ pittori», come affermava Leonardo). Le figure invece si diradano, tendendo all’assenza in favore di una più viva presenza delle cose dell’universo quotidiano che, nella pittura di Buscioni, hanno da sempre “impersonato” per via simbolica l’uomo, in quanto inscindibili dalla sua totalità esistenziale. Nella Sera di fine agosto – un saggio emblematico dell’attuale indirizzo – lo spettatore che sta entrando in una stanza si trova improvvisamente immerso nel “dramma” degli interni che gli oggetti, in veste di attori protagonisti, si accingono a rappresentare. La narrazione a più voci è affidata all’orologio da parete, ai quadri incorniciati, alla poltrona, alle camicie e a tutte le altre cose di uso comune che interagiscono nell’ambiente. In un vertiginoso gioco di riflessioni gli specchi moltiplicano le immagini, generando una moltitudine di piani che, accostati, sovrapposti o intersecati tra di loro si tramutano nei fondali e nelle quinte di un’elaborata architettura “teatrale”. Resta sorprendente nell’artista l’istintiva e disinvolta padronanza dei mezzi propri della scenografia che, in qualche misura, fa assimilare i dipinti dell’attuale ciclo a veri e propri “progetti”, pronti a essere tradotti nella terza dimensione: fatto, questo, che qualifica Buscioni come eccellente metteur en scène e insieme sapiente architetto di quel gran “Teatro domestico” dove si trova racchiuso il cuore della sua delicata e umanissima poetica. Dall’inedita vena “progettuale” del maestro si attendono gli sviluppi imprevisti, e forieri di stupore, che si verificano ogni qualvolta egli intraprende nuove strade figurative.